Macchine e attrezzature di lavoro “vecchie”: esiste un obbligo di sostituzione con altre “nuove”, e quindi più sicure?
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Macchine e attrezzature di lavoro “vecchie”: esiste un obbligo di sostituzione con altre “nuove”, e quindi più sicure?

Il quesito è spesso posto dalle aziende e dalle imprese: l’attuale legislazione in materia di sicurezza sul lavoro – in primo luogo il Decreto Legislativo 81/2008 – può imporre la sostituzione di macchine e attrezzature di lavoro “vecchie” con altre “nuove”, di tecnologia più recente e quindi più sicure?

Il quadro legislativo

L’idoneità delle attrezzature di lavoro si basa sulle prescrizioni generali dell’articolo 71 comma 1 del Decreto Legislativo 9 aprile 2008 n. 81:

Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi ai requisiti di cui all’articolo precedente, idonee ai fini della salute e sicurezza e adeguate al lavoro da svolgere o adattate a tali scopi che devono essere utilizzate conformemente alle disposizioni legislative di recepimento delle direttive comunitarie”.

Una prescrizione di carattere generale, ma nel contempo rigorosa e restrittiva, nel senso che qualsiasi macchina o attrezzatura utilizzata dai lavoratori deve essere “idonea ai fini della sicurezza”. Ma questa “idoneità” a cosa, e a quando, deve essere riferita? Deve riferirsi cioè all’epoca della costruzione della macchina – magari vent’anni prima – o deve riferirsi alla tecnologia attuale e agli ultimi aggiornamenti in materia di sicurezza?

In questa ottica, risulta applicabile l’articolo 18 comma 1 lettera z) del medesimo decreto, riferito agli “obblighi del datore di lavoro”:

Il datore di lavoro deve

(…)

aggiornare le misure di prevenzione in relazione ai mutamenti organizzativi e produttivi che hanno rilevanza ai fini della salute e sicurezza del lavoro, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione;

 

Questa prescrizione è molto chiara, pur prevedendo una sanzione solo per il primo periodo (quello sottolineato). Ciò può voler significare, in estrema sintesi, e con qualche approssimazione, che il datore di lavoro deve in modo obbligatorio “aggiornare le misure di prevenzione” se ciò ha rilevanza “ai fini della salute e della sicurezza”.

 

In altri termini, il datore di lavoro è tenuto a sostituire una macchina “vecchia” quando una corrispondente macchina “nuova” consente di aumentare in modo significativo la sicurezza dei lavoratori, e quindi ridurre i rischi d’infortunio (o di malattie professionali).

 

Naturalmente, non è detto che la macchina “vecchia” debba essere per forza sostituita: potrebbe essere semplicemente “adeguata” – cioè “aggiornata” – alle nuove tecnologie in materia di sicurezza, ad esempio tramite kit di adeguamento, o modifiche di vario genere.

 

Il concetto di base, in una prima sentenza della Cassazione

Questa interpretazione del Decreto 81/2008 trova una chiara ed esplicita conferma in una sentenza della Corte di Cassazione: “Cassazione Penale, 21 febbraio 2012, n. 6854 – Infortunio mortale per mancanza di misure di sicurezza del rullo compattatore: necessità di macchine di nuova generazione”.

 

In estrema sintesi, la sentenza riguarda un infortunio mortale a un lavoratore alla guida di un rullo compattatore, lungo un percorso in forte salita. A un certo momento, nell’eseguire i cambi marcia, il conducente poneva la leva del cambio in folle, scollegando quindi la trasmissione idraulica dal motore. Per ragioni non ben chiare, il conducente non riusciva più a inserire le marce: il rullo compattatore, ormai sempre in folle, iniziava così a retrocedere, con velocità sempre crescente, capovolgendosi e schiacciando il conducente, che moriva pressoché sul colpo.

 

Le condanne in primo e secondo grado del datore di lavoro hanno previsto, quale profilo di colpa specifica, il fatto di aver messo a disposizione del lavoratore un mezzo da utilizzare in strada in salita, non in linea con le disposizioni di legge vigenti all’epoca (articoli 168 e 173 DPR 547/55), “poiché privo di un dispositivo che garantisse l’arresto automatico qualora la leva di traslazione fosse mandata in folle e, quindi, per non aver messo a disposizione del lavoratore un mezzo meccanico di tipo più moderno, già in commercio da anni, dotato di un sistema frenante idraulico, che impedisce la messa in folle”.

 

Tale doppia condanna è stata confermata nel terzo grado di giudizio in Cassazione, con motivazioni che vale la pena di leggere, seppure in estrema sintesi: “(…) il profilo di colpa evidenziato a carico dell’imputato è rappresentato dal fatto d’aver messo a disposizione del lavoratore una macchina che presentava un rischio intrinseco molto elevato: quello di non essere più governabile se, in un percorso inclinato, per una qualunque ragione (rottura meccanica o errata manovra del conduttore) si fosse verificato – come appunto è accaduto nel caso di specie – lo scollegamento della trasmissione dal motore con messa in folle del mezzo.

(…)

A carico del datore di lavoro (…) sussiste un obbligo di predisporre le misure idonee a rendere sicuro l’espletamento dell’attività lavorativa dei dipendenti (…). E’ indubbio, essendo dato pacificamente acquisito, che il capovolgimento del compattatore, con il conseguente schiacciamento del conducente che lo guidava, è stato determinato dalla sua ingovernabilità per il disinserimento del freno motore e, quindi, per la eccessiva velocità raggiunta dal mezzo in discesa ripida. E in ragione di tanto è ineccepibile la motivazione (…) secondo cui il rischio specifico, legato all’inefficienza strutturale dell’azione frenante meccanica (…) poteva essere scongiurata mettendo a disposizione del lavoratore una macchina di nuova generazione, dotata di un sistema frenante idraulico – anziché meccanico – che, sostanzialmente, impedisce la messa in folle”. Per scaricare la sentenza, cliccare qui

 

Una seconda sentenza entra nel merito dei “tempi, modi e costi”

La sentenza precedente chiarisce senza dubbio il concetto, ma lascia una sensazione di indeterminatezza, nei tempi e nei modi, grande come una casa, o per restare in argomento, grande come un’azienda: con quale frequenza, e fino a quale livello di dettaglio, può – anzi, deve – spingersi l’aggiornamento, o nel caso la sostituzione, delle attrezzature di lavoro e delle macchine “in relazione al grado di evoluzione della tecnica”?

 

Un’interpretazione letterale e restrittiva della normativa potrebbe far pensare che il datore di lavoro debba prendere in carico ogni “evoluzione della tecnica” migliorativa ai fini della sicurezza, in occasione della sua immissione sul mercato. Qualcuno potrà obiettare che la normativa non dice ciò. Verissimo, ma non dice nemmeno il contrario, e non prevede alcun periodo transitorio, o alcuna “sfumatura”.

Non rimane che affidarci alla Giurisprudenza, con la più recente sentenza della Corte di Cassazione Penale, Sez. 4, 27 gennaio 2016, n. 3616Esplosione di un compressore durante le operazioni di carico delle autocisterne aziendali con GPL. Massima sicurezza tecnologica esigibile dal datore di lavoro. Una sentenza lunga, complessa, per certi versi riassuntiva ed enciclopedica della giurisprudenza della Suprema Corte, che, pur non potendo, per ovvi motivi, fornire “certezze”, quantomeno offre quelli che possiamo definire “ragionevoli criteri di valutazione”.

 

La vicenda oggetto della sentenza è relativa a un infortunio mortale accaduto nel 2007, per l’esplosione di un compressore, causato un’improvvisa sovrappressione. Nei primi due gradi di giudizio, venne ritenuto colpevole il datore di lavoro, tra l’altro per “aver omesso di adottare le misure di prevenzione essenziali per garantire la sicurezza dei lavoratori e più precisamente per non avere aggiornato le misure preventive in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione”.

 

In particolare, la condanna era stata motivata con la mancata adozione, sul compressore esploso, di un dispositivo di sicurezza contro le sovrappressioni (cosiddetto “barilotto-trappola”), di tecnologia più moderna, più efficiente e con un maggiore livello di protezione, rispetto all’esistente (e originale) dispositivo di protezione, definito “a testata mobile o elastica”.

 

Nel ricorso in Cassazione, il datore di lavoro contesta con forza tale motivazione: “Il compressore in uso era perfettamente funzionante, così come il dispositivo di sicurezza installato, consistente in una testata mobile o elastica per la captazione del liquido, sistema della stessa natura del “barilotto-trappola“. Il concetto di massima sicurezza tecnologica, andrebbe inteso, nella pratica, in massima sicurezza tecnologicamente fattibile, in virtù del principio della reasonable practicability e dei principi di tassatività e determinatezza della legge penale. Altrimenti l’obbligo a carico del datore di lavoro, nella predisposizione delle misure di prevenzione e nel successivo aggiornamento delle stesse, sarebbe impossibile da assolvere, con il rischio di non poter mai sapere di aver assolto gli obblighi normativi di sicurezza, in quanto in concreto potrebbero esservi delle misure cautelari sconosciute al datore di lavoro, ma attivabili in base al progresso tecnico”.

 

In pratica, secondo il difensore del datore di lavoro, allo stesso “Non può venirgli contestato di non aver adottato un sistema di sicurezza difforme, ma del tutto analogo nei fini a quello di cui era effettivamente munito il macchinario oggetto dell’incidente”.

Le motivazioni della Cassazione

Nel lungo e complesso dispositivo della sentenza, ai Supremi Giudici sorgono i nostri medesimi dubbi: ”Punto nodale dell’odierno decidere, dunque, è se dovesse essere preteso dall’odierno imputato (…) che si dotasse di più nuovi accorgimenti idonei a garantire la sicurezza dell’impianto, pur in possesso di tutte le prescritte autorizzazioni, e in assenza di norme tecniche che impongano espressamente l’uso di barilotti trappola”.

Ricordato il consolidato principio secondo il quale “allorquando l’imprenditore disponga di più sistemi di prevenzione di eventi dannosi, egli sia tenuto ad adottare (salvo il caso di impossibilità) quello più idoneo a garantire un maggior livello di sicurezza, principio cui non è possibile derogare soprattutto nei casi in cui i beni da tutelare siano costituiti dalla vita e dalla integrità fisica delle persone”, la sentenza prosegue evidenziando come, “a proposito di “massima sicurezza tecnologica” esigibile dal datore di lavoro, se è vero che questa Corte ha anche affermato che, in materia di infortuni sul lavoro, è onere dell’imprenditore adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che offre la tecnologia per garantire la sicurezza dei lavoratori (…) il principio de quo (in questione) vada letto alla luce di quello meglio precisato dalla già citata sentenza 41944/2006, Laguzzi, secondo cui, qualora la ricerca e lo sviluppo delle conoscenze portino alla individuazione di tecnologie più idonee a garantire la sicurezza, non è possibile pretendere che l’imprenditore proceda ad un’immediata sostituzione delle tecniche precedentemente adottate con quelle più recenti e innovative, dovendosi pur sempre procedere ad una complessiva valutazione sui tempi, modalità e costi dell’innovazione, purché, ovviamente, i sistemi già adottati siano comunque idonei a garantire un livello elevato di sicurezza”.

 

Affermazione di buon senso, che abbiamo opportunamente evidenziato. Tuttavia, proprio tale considerazione, nel caso specifico dell’infortunio in argomento, ha portato alla conferma della condanna del datore di lavoro: “Il sistema di sicurezza costituito dal c.d. “barilotto trappola” non costituiva una novità, esseno in uso in aziende analoghe, secondo il perito ing. M. e uno dei testi dedotti dalla parte civile, almeno dagli anni ’90; inoltre, esso avrebbe potuto essere utilizzato senza neppure la necessità di sostituire il vecchio compressore ancora efficiente“.

 

Tenuto conto che l’infortunio, cioè l’esplosione del compressore, si verificò nel 2007, “il tempo trascorso rispetto all’adozione diffusa di quel “barilotto-trappola” che avrebbe certamente impedito l’ingresso di liquido in misura così massiccia – e, di conseguenza, l’abnorme pressione che ha causato l’esplosione – imponeva al datore di lavoro, sebbene in possesso delle certificazioni di regolarità dell’impianto, di aggiornarsi circa i sistemi di sicurezza esistenti sul mercato e di adeguare il proprio impianto con una spesa estremamente contenuta”.

 

L’insegnamento della Suprema Corte

Questa seconda sentenza crediamo possa suggerire, pur con tutte le cautele del caso, un criterio di base in relazione all’aggiornamento di attrezzature e macchine al progresso tecnologico:

  • ragionevolmente, nessuno potrà esigere un aggiornamento “in tempo reale” delle attrezzature e delle macchine, dove, col termine “in tempo reale”, possiamo ragionevolmente parlare di “alcuni anni”. A meno, naturalmente, che non sia lo stesso fabbricante dell’attrezzature o della macchina a segnalare la necessità di un adeguamento, in analogia con i “richiami” delle automobili;
  • altrettanto ragionevolmente, per attrezzature e macchine di età superiore a dieci – quindici anni, conviene eseguire, o far eseguire, una ricognizione tecnica, in relazione alle macchine più moderne immesse sul mercato, valutando eventuali miglioramenti tecnici in materia di sicurezza. Qualora tali aggiornamenti fossero significativi, specie se di costo contenuto, dovrebbero essere presi in carico;
  • qualora si rilevassero miglioramenti tecnici di notevole costo, significativi ai fini della sicurezza, che non sarebbe possibile prendere in carico unicamente per ragioni economiche, valutare l’adozione di misure di sicurezza supplementari e/o alternative, o di modalità di lavoro differenti, in modo da ridurre il più possibile i rischi.

Ovviamente, si tratta di un criterio che non ha alcuna validazione tecnica o giuridica, anche se le sentenze della Corte di Cassazione Penale hanno una valenza non trascurabile.

 

In ogni caso, si tratta di situazioni da valutare caso per caso.

 

Per scaricare la sentenza cliccare qui

 

About the Author Zonca Renzo

Esperto in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, con ventennale esperienza come tecnico della prevenzione nei Servizi Ispettivi (PSAL) della ASL di Bergamo.Parallela attività giornalistica, anche a livello nazionale

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